Lorenzo Viani: Rinascita della Xilografia - aut. Elena Pontiggia

Nell'opera di Lorenso Viani (di cui ricordiamo un'ampia retrospettiva itinerante, a cura di Mano De Micheli e Piero Pacini) la produzione grafica è particolarmente significativa.
Così ne scrisse Viani stesso nel 1930: "...poi queste ombre furono incavate nei solchi neri del legno di fibra soda col ferro tagliente, e diventai xilografo. Il ferro tagliente saziava altra sete, le facce scolpite colarono sangue e lacrime. Gabriele D'Annunzio le disse di mistica forza Grazia Deledda: delinquenza mistica. Leonardo Bistolfi: impronte terribili. Ceccardo Roccatagliata Cecca rdi: inferno terreno. Umberto Doccioni, fede incrollabile.».
Nonostante questa sequenza eloquente di nomi, non furono molti i riconoscimenti tributati alle incisioni dell'artista. E se Luigi Bartolmi, che di stampe se ne intendeva..., poteva dire con entusiastica esagerazione che «una xilografia del Viani vale quanto una xilografia dell'Holbein o del Durer», solo dodici anni fa la grafica del Viani ha ottenuto una sua collocazione definitiva (Rodolfo Fini, Lorenzo Viani xilografo, Siena, 1975).

Lorenzo Viani, "Capitano di mare", xilografia, 1910-15

L. Viani
Capitano di mare
1910-15 - Xilografia

Lorenzo Viani iniziò la xilografia da autodidatta e non abbandonò mai il legno. Gli piaceva l'intaglio, diceva, perché era un'arte povera, da poveri. Gli piaceva quel metodo per via di levare, che interpretava come un far emergere, un rivelare: "Come xilografo levo a scalpellate il di più che seppellisce l'immagine nel sorbo".
Usava tavole di pero, di sorbo, di noce, di quercia, e si serviva di carta tipografica comune. Lavorava anche per riviste, per giornali. Scrisse Fini: "Qualche vecchio tipografo lo ricorda ancora quando arrivava all'ultimo momento con le sue tavolette intagliate sotto il braccio, da mettere in macchina di urgenza, senza poterne tirare neanche una bozza. Quando non aveva fatto in tempo a preparare il lavoro nel suo studio, raccontano che si sedeva a un bancone della stamperia e incideva seduta stante sbuffando e imprecando. Dicono che vederlo lavorare di sgorbia era uno spettacolo. Quei pochi che ne hanno avuto la fortuna (solitamente non ammetteva spettatori) raccontano di geroglifici confusi e di intagli che parevano mancare di ogni logica descrittiva. Poi, alla prima stampa, tutto appariva chiaro come d'incanto".

Lorenzo Viani, "Il naufrago", xilografia, 1910-15

L. Viani
Il naufrago
1910-15 - Xilografia

Le opere del cosiddetto primo periodo dell'artista, tra il 1910 e il 1915, rivelano all'inizio qualche incertezza tecnica, qualche ingenuità. Eppure quasi subito compare una straordinaria figura di mietitrice. Gigantesca, quasi mitica, semplificata in un lungo andamento cilindrico, il volto irriconoscibile e duro, ha il braccio destro enorme e arcuato che è ancora più terribile del sinistro, confusamente armato di falce.
Colpisce, in questa incisione, la nitidezza dello spazio, scandito perentoriamente dal corpo compatto e geometrico della donna, colpisce il contrasto tra il biancore metafisico del cielo sullo sfondo e la faticosità disordinata delle linee in prima fila, quel campo rigato di spighe stilizzate su cui la mietitrice cammina.
La donna con la falce, simbolo della morte, era una metafora ricorrente in epoca simbolista, da Böcklin in avanti. Qui in Viani, assume un'evidenza concreta e contadina che, senza nulla togliere a una drammaticità metafisica, la carica di una plasticità plebea. Le mani, i piedi delia donna, monumentali, danno ali'immagine una solennità dialettale, verghiana, che la sottrae dagli estetismi, per esprimerne la terrestre corporeità.

Lorenzo Viani, "L'attesa serena", xilografia, 1910-15Tra il 1910 e il 1915 si colloca là produzione xilografica più ampia dell'artista. I suoi personaggi, il suo mondo di perdenti si incide nel legno con indimenticabile energia. Figure longilinee e stilizzate, corpi neri che si stagliano contro il candore del foglio, volti lividi che emergono contro l'inchiostro dello sfondo, madri e bambini, viandanti, operai, vedove, poveri, genti di mare, naufraghi popolano queste opere, in cui la drammaticità si serve di pochi segni, è inversamente proporzionale all'eloquenza.
Tra il 1916 e si 1921 compaiono scene di guerra, illustrazioni per il diario bellico di Marino Ferretti e per Dall'Ermada a Mauthausen. Le immagini tendono a farsi più piccole, le linee ad arrotolarsi. Un Cristo tende le braccia come due ellissi; un Cesare Battisti, dal volto ondulato come un grappolo d'uva, mostra la propria terribile maschera mortuaria.
Tra il 1922 e il 1928 infine le opere grafiche di Viani diminuiscono di numero. Il segno appare a volte più narrativo, più fitta diviene la pigmentazione che variega la superfice della stampa, ma l'impianto architettonico delle figure conosce sempre una geometria essenziale.
Carichi di valenze psicologiche appaiono Gli ubriachi, ritratti grotteschi e disperati. "A formare la grandezza di Viani artista basterebbero le sole xilografie dei suo libro Gli ubriachi" dirà ancora Bartolìni.
È forse del 1928 l'Aratro, l'immagine di un bue maremmano disegnato sul fondo ondulato di un campo. Una zampa staccata dal corpo rende l'animale, pur possente, quasi irreale. Il terreno stesso si confonde con il mare. C'è forse qualche compiacimento stilistico in questo legno, ma non è facile, non sarà facile uguagliare la sua narrazione per pause, che sa essere plastica anche dove indica il vuoto.

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